Coffee Please! / runaway version /


SOS!
Novembre 29, 2007, 12:02 pm
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Prove tecniche in corso, non spaventatevi se trovate un template nuovo ad ogni visita!

Mucche muu!



Photography blues
Novembre 27, 2007, 7:55 pm
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Vi chiederete che fine ho fatto. Perché non scrivo più.

Beh, a parte il tempo perso in vicende universitariefamiliarilavorative varie, il fatto è che sono depressa. Sono depressa perchè delle mie ultime foto scattate in queste due settimane non ce n’è una che mi faccia vibrare gli occhi quando sfoglio le cartelle nel disco fisso. Ma non è una sorpresa. Ero cosciente che non ci sarebbero state belle foto ad attendermi nella già mentre scattavo compulsivamente dentro al padiglione della Festa del Libro. Non credo alla casualità, né alla fortuna del fotografo, che in mezzo ad una miriade di foto, scattate senza idee precise, in un pomeriggio qualsiasi delle sue giornate, trova quella che gli fa vincere il pulitzer.
Io ritengo che una “bella foto” (mai aggettivo è stato più vuoto di significato in questo caso) sia più che altro una sensazione, una vampata di calore che pervade il fotografo quando realizza di aver catturato una realtà unica (perché unica ai suoi occhi) in un’immagine che contemporaneamente emozionerà il futuro spettatore. Non credo di aver ancora scattato foto di questo tipo. Foto da poster, da cartolina o da galleria per intenderci. Non sono una fotografa professionista e ho appena iniziato a scattare con una reflex. Più che altro ho molto da imparare e da capire, non solo della tecnica fotografica in quanto tale, ma di come esprimere al meglio il mio desiderio di far toccare allo spettatore ciò che sento quando guardo attraverso il mirino. Non c’è analisi e non c’è razionalità che possano aiutarmi quando osservo qualcosa che sento di dover trasformare in foto.

Doisneau diceva che il fotografo deve “combattere contro l’inquinamento dell’intelligenza per diventare un animale dagli istinti primordiali – una sorta di medium intuitivo – così che la fotografia possa diventare un atto magico e altre immagini, più suggestive, di cui il fotografo non ha nessuna responsabilità, possano apparire dietro l’immagine immediatamente visibile”.

Ma nell’era del digitale, non è la post-produzione a creare tutto questo? Non è la logica di Photoshop che ci guida a rendere l’immagine più perfetta possibile? Già così si viene meno alla teoria di Doisneau, il vero e proprio maestro della spontaneità.
Che fare dunque? Lasciar perdere i programmi di fotoritocco? Dar via alle stampe, alla pubblicazione on line senza passare dal via? No, non si può fare. Ormai questa è la strada, ed è qui che diventa acora più pregnante il momento passato in strada, macchina al collo e sguardo attento. Perché la post non potrà mai sostituire i soggetti che avete inquadrato, né l’angolautra che avete scelto per quel particolare paesaggio. No, no. Qui sta a voi, o meglio, a noi.
E proprio perché ho capito tutto questo che comincio a preoccuparmi, e dunque, in momenti di particolare sconforto, a deprimermi.

Ma senza tormento, senza tristezza, senza drammaticità… che artista sarei? :-)



Imperdibile!
Novembre 18, 2007, 9:03 pm
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Cosa? Il racconto di Licia Troisi sulle sue avventure di scrittrice in trasferta. E anche io, che c’ero, non avrei potuto dettagliarvi meglio tutte le fasi del suo viaggio interminabile da Marsala a Torino.

Unica avvertenza prima dell’uso: accendete lo stereo e non risparmiate i decibel per l’ultimo album dei Muse. Non ve ne pentirete.



L’insostenibile leggerezza del leggere.
Novembre 16, 2007, 3:46 pm
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festalibro07.jpgSe trovate che mi stia assentando troppo a lungo da questi lidi è perché sono impegnata con questa.

Perché la leggerezza del leggere? Beh, carissimi, Calvino e le lezioni americane non vi dicono nulla? Ebbene sì, ci siamo ispirati ad alti valori intellettuali per questa edizione della festa. E, in effetti, pare che stiamo avendo il successo sperato. Sì, siamo quasi alla fine, ma non disperate! Per oggi, domani e domenica una miriade di autori a vostra disposizione.

Per esempio? Margherita Oggero, Licia Troisi, Anna Pavignano, Ernesto Ferrero, Bruno Gambarotta, e molti altri ancora.

Cosa aspettate?! Accorrete!

* Immagine: Andrea Vecera design


Quando “ROM” vuol dire uomo.
Novembre 8, 2007, 11:12 am
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I nomadi (sinti, rom, zingari, beduini, etc), in qualsiasi parte del mondo, sono sempre stati considerati con disprezzo e sospetto dagli “stanziali” con cui condividono lo stesso territorio. Conflitti, persecuzioni e battaglie per la spartizione di terre sono spesso sorte sulla contrapposizione tra popoli nomadi, generalmente allevatori e popoli sedentari, dediti all’agricoltura e all’artigianato.

Ancora oggi i rom sono il bersaglio di un’ostilità verso gli stranieri che caratterizza le paure quotidiane della gente per tutto ciò che è diverso. Perché non vanno ad abitare nelle case popolari che il nostro comune ha concesso loro? Perché non si cercano un lavoro come tutti noi? E via dicendo.

Verso questo popolo è stata sempre utilizzata una metodologia dell’esclusione, per non renderlo parte attiva della società. Al massimo si è parlato di integrazione che significa però assimilazione, in modo che chi è integrato non possa mettere in discussione la struttura preesistente della società, ma si deve adeguare.
La metodologia dell’esclusione va sostituita con quella della mediazione culturale. Che vada contro non solo alla discriminazione ma anche contro il paternalismo caritativo, che sfocia nell’assistenzialismo puro. I campi nomadi costano allo Stato italiano e i carabinieri mantenuti davanti ai campi rom anche dove non ci sono problemi di legalità sono altri soldi che se ne vanno.

La parola Rom, usata in principio per sostituire il politically uncorrect “zingari”, si è ritorta contro le stesse intenzioni che avevano animato la sua apparizione sui media ed oggi sembra un’etichetta che indica un sicuro “delinquente”.

«È una situazione di apartheid, a livelli di Soweto in Sudafrica» afferma Carlo Berini, dell’associazione Sucar Drom di Mantova, «è diffuso il pensiero che di Rom e Sinti, “poveri e criminali”, se ne debbano occupare, come istituzioni, solo la questura e i servizi sociali. Persino tra esponenti politici che vantano una maggiore sensibilità verso le minoranze è diffusa questa concezione: “tra Rom e Sinti ci siano più delinquenti che in altre razze”».

Secondo le stime dell’Opera Nomadi Nazionale, un buon 75% di Rom e i Sinti sono italiani, presenti nel nostro Paese sin dal ‘400; il restante 25% è composto da Rom e Sinti europei di recente immigrazione, provenienti da Francia, ex Jugoslavia, Romania.

E allora? Come la mettiamo?

La parola “rom” vuol dire in realtà uomo, essere umano.
E vuol dire anche donna, vuol dire Emilia, la “rom”, appunto, che ha indicato alla polizia l’assassino di Giovanna Reggiani, con la quasi certezza di essere in futuro isolata dalla sua stessa comunità.

Non dimentichiamo anche questo. E non ripetiamo l’errore che commettemmo nei primi anni ‘90, quando anche alla parola “albanesi” associammo la stessa etichetta negativa che oggi rischia di essere appiccicata ingiustamente ai rumeni e ai rom che abitano e lavorano nel nostro paese.

Lo chiedono persone come Emilia e come le ragazze rumene che frequentano l’università con me. Lo chiedono gli italiani che hanno un po’ di coscienza e che non si accontentano di soluzioni improvvise, dettate dall’impulso di risolvere un problema enorme con un atto che “spazza via” dalle nostre strade un popolo che non ci piace, così, come se fosse immondizia, come carta straccia.

 

dati statistici elaborati da un articolo apparso sul Mensile "Dimensioni Nuove", aprile 2007.


Meno 2 (mesi)
Novembre 6, 2007, 7:41 pm
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Oggi sono agitata perché è successo questo.

Non dormirò neanche stanotte. Ieri per gli esami, l’altro giorno perché la lettera non arrivava, oggi perché la lettera è qui tra le mie mani.

Avrete a breve mie notizie. Ora mi immergo nella Lonely Planet e ci esco solo quando ho capito dove sono situate tutte le residenze universitarie.



On Set
Novembre 4, 2007, 7:36 pm
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C’è sempre una prima volta.

E la mia prima volta di oggi è che sono stata in un set cinematografico. Non solo il regista mi ha permesso di stazionare nei dintorni delle riprese, ma mi ha anche attribuito un nobile compito, quello di fotografa di scena. “Solo perché così dai un senso a quella cosa che ti sei comprata” sono state le sue esatte parole, ma ormai lo conosco e nella mia testa traduco simultaneamente la sua perenne acidità nel linguaggio degli esseri umani sensibili ed educati.

Come funziona un set? Beh, non che l’abbia capito poi tanto. C’è una tizia, in questo caso la povera Heidi, che funziona da segretaria di edizione. Il suo compito in teoria è fondamentale, perché detiene la cronaca minuto per minuto di tutte le scene, ripetute e non, con i commenti del regista e degli assistenti di scena sulla qualità di audio e video. Poi c’è il tecnico del suono (lo riconoscete perché indossa enormi cuffie e tiene in mano un lungo bastone alla cui estremità c’è un microfono), c’è l’operatore alla camera, gli addetti alle luci (che vagano per il set con teli bianchio riflettori, a seconda se la scena è girata in interno o esterno), il direttore della fotografia, gli attori (multiculturali in questo caso!), e infine il regista, che è quello che corre più di tutti, e che carica su di sé tutta la responsabilità delle azioni degli altri ruoli. Mica facile.

Sarà dunque vero , quello che disse Godard a proposito della solitudine?

Ai posteri, anzi, ai registi, l’ardua sentenza.



Ingegneria letteraria
Novembre 2, 2007, 4:34 pm
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C’è il ponte dei Morti e dei Santi e c’è giusto il tempo di fare un po’ di lavori di casa. Soprattutto è arrivato il momento di giocare con la libreria nuova del salotto, ché quella di prima aveva gli scaffali piegati dal peso di tre file di libri ciascuna.
Questa, la nuova arrivata, con due pareti di ripiani da pavimento a soffitto e la scala scorrevole inclusa, dovrebbe bastare a contenere i cinque-sette-dieci(?) mila volumi che in questo momento sono sparsi in tutte le stanze dellacasa, balcone e mansarda inclusi.

Il problema che ci affligge (che affligge me, mia madre, e il libraio perfezionista) è: come sistemare i libri?

Sulla base di quale criterio? Ordinati secondo la casa editrice? Secondo la nazionalità degli autori? La tipologia di testo (saggi, romanzi, storici, graphic novel etc)? Prendendo in considerazione il periodo storico?

L’istinto è quello di mettere insieme i volumi appartenenti alla stessa collana, perchè il colpo d’occhio sia immediato e di effetto. Ma quando di un autore ci sono più libri, di tipologia diversa, pubblicati da diverse case editrici…cosa faccio? A quale criterio obbedisco per primo?

Dai, aiutatemi: su quale criterio è ordinata la vostra libreria?