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E’ un allarme che risuona per tutti i corridoi delle residenze studentesche.
E’ maggio, comincia a fare più caldino (sui 13° circa!) e arriva il momento di scoprire la pancia e le gambe. Gli studenti Erasmus però sono tra i più restii ad indossare magliette attillate perché da un po’ di tempo, guardandosi allo specchio, si sono accorti di avere acquisito qualcosa di più consistente di una perfetta padronanza linguistica: dei teneri, evidentissimi rotolini di ciccia attorno al punto vita!!!!!!
Il panico dilaga. Le palestre si riempiono e ci si ritrova tutti la sera per correre a Sognsvann e confrontare peso e calorie. I più coraggiosi tentano una dieta sfidando il desiderio di lasciarsi andare e partecipare ai barbeque organizzati per celebrare il bel tempo: per colazione preparano latte scremato con cereali e il pranzo diventa una semplice insalata di carote, verdura che qui si vende anche nei negozi di abbigliamento. Unica variante sul tema concessa: i leggerissimi cracker Wasa, che sono ormai i migliori amici dello studente grasso e squattrinato. Le magre della situazione continuano a godersi i mezzi pubblici, mentre chi tenta di sciogliere il fleshy belly sotto l’ombelico si districa per le vie di Oslo e tenta di raggiungere ogni meta camminando (e perdendosi) in mezzo a quartieri inesplorati.
Non si tratta solo di vanità. Vogliamo dimostrare che in Erasmus si conduce una vita sana (ehm), si mangiano verdure (perché la carne costa troppo), si fa attività fisica (ballando sui tavoli alle feste internazionali) e che sappiamo cavercela anche senza la mamma, perché cuciniamo al vapore tutti i giorni, senza abbuffarci di biscotti e pane imburrato (doppio ehm!).
Ok, lo ammetto. In realtà c’è qualcosa di ben più forte che ci sprona ad allenarci per far scendere la ciccia. Il ritorno a casa e la fatidica frase di benvenuto che vi accoglierà dopo sei mesi di assenza:
Ma che bel faccione!
Hai messo su qualche chilo?!
…sarei qui.
L’evento si chiama ‘Un libro in Comune‘ e non è solo un gioco di parole.
A Volvera infatti sta succedendo qualcosa di rivoluzionario in questi giorni: un’intera città si ferma e dedica tutta se stessa ad un libro e al suo autore. Un anno fa la decisione: adottare una storia e coinvolgere tutti i cittadini, dal Sindaco al Parroco, dalla maestra al panettiere, nel leggerla e viverla. Oggi, l’incontro: con Cristiano Cavina, autore di Alla Grande, libro che è diventato il leit motiv dell’iniziativa promossa dal Comune di Volvera da un’idea della libreria dinoitre.
L’idea è nuova per quanto riguarda il panorama ‘festival/letterario’ italiano: non si tratta di una fiera, né di un semplice incontro con l’autore, bensì un’esperienza collettiva di lettura – di un libro ‘in comune‘ appunto – che sfocia in 5 giorni di eventi culturali, dal 21 al 25 maggio. Il clima è quello di una festa di paese: sono state organizzate cene, partite di calcio e spettacoli teatrali. Un anno fa sono partiti anche i laboratori nelle classi e i concorsi, di narrativa e di disegno, che in questa settimana trovano la loro conclusione. E l’idea è originale proprio perché cambia la prospettiva: non si tratta solo di vendere libri, di promuovere uno scrittore e la sua casa editrice, ma di mettere al centro i lettori e coinvolgerli nel racconto portando il libro nella loro vita quotidiana, UN libro in particolare, per respirarne l’atmosfera fino in fondo.
A Seattle ci avevano pensato già nel 1998 con l’iniziativa One Book, che continua diffondersi in tutto il mondo coinvolgendo soprattutto le grandi città, anche europee. Volvera invece, ottomila abitanti, è la prima città in Italia a proporre questo tipo di evento.
Ne seguiranno altri? Sindaci, assessori…ADERITE!
Per informazioni: “Un libro in comune. Volvera legge…Alla Grande” (MarcosyMarcos)
Per il programma della Festa: Comune di Volvera
I got it, they’re in my hands baby!
Il 6 giugno, på kino in Oslo, esce Sex and The City. E vi prego di non darmi la brutta notizia che in Italia lo avrete già visto tutti il 30 maggio, perché devo farmi bella con le mie girlfriends e vantarmi di conoscere in anticipo il destino della povera Carrie forse (forse) abbandonata all’altare.
In realtà devo ammettere che, come fan, non sono così scatenata come sembra. Non sono mai stata pazza della serie prima di partire in Erasmus, anzi, in Italia evitavo persino di guardarlo quando lo davano in tv! Forse perché non avevo mai capito di che cosa si trattasse veramente.
Ho cominciato a gustarmi le avventure di Carrie & co. da quando uno dei miei coinquilini si è trasferito e ci ha lasciato in eredità un apparecchio degli anni ‘80 che ha solo 9 canali e funziona senza telecomando, ma prende benissimo TV3, che è dove trasmettono il lunedì sera Sex og singelliv qui in Norvegia. (nota: i titoli dei telefilm sono tutti tradotti ma le voci non sono doppiate – meglio per me!)
Ad un certo punto il lunedì sera non mi bastava più, ed è lì che mi sono accorta di essere pericolosamente sul punto di diventare drogata di Sex & The City: ho cominciato a scaricarlo online da siti coreani illegali, a cercare le puntate che mi ero persa (praticamente tutta la prima e la seconda serie) quando mi rifiutavo di guardarlo e, con la scusa di migliorare la mia comprensione dell’inglese, ho passato interi pomeriggi su YouTube per capire come Carrie fosse passata da Aidaan a Big e poi ancora ad Aidaan e infine di nuovo a Big.
Per chi mi conosce bene, la mia vita è totalmente l’opposto di quella mostra su SATC. Non vesto costosi abiti firmati, non cambio uomini come se fossero orecchini e non frequento l’alta società newyorchese dei party e dei ricevimenti.
Ma da un certo punto di vista invece è anche la mia vita: quante volte mi sono mangiata con lo sguardo le vetrine dei negozi in centro, quante scarpe inutili ho comprato impulsivamente in pomeriggi di shopping solitari, quante volte ho parlato male degli uomini e quante volte mi sono confidata con le mie migliori amiche? Tante. Come tutte voi. Solo che la nostra vita, essendo reale, ha un contorno e delle sfumature che vanno al di là del sesso e della ‘vita in città’. E forse, quando guardiamo un telefilm, non abbiamo voglia di vedere noi stesse alle prese con la faticosissima vita reale.
In fondo, girls just want to have fun, right?! Buona visione!
Ja, vi elsker dette landet, Yes, we love this country som det stiger frem, as it rises forth, furet, værbitt over vannet, rugged, weathered, above the sea, med de tusen hjem. with the thousands of homes. Elsker, elsker det og tenker Loving, loving it and thinking på vår far og mor about our father and mother og den saganatt som senker and the saga night that sends drømme på vår jord. dreams to our earth. og den saganatt som senker and the saga night that sends drømme på vår jord. dreams to our earth.
The 17th May is the country’s Constitution Day and marks the day when Norway became a free and independent nation.
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Ok, non è molto romantico continuare dal post precedente parlando di gabinetti e toilette, ma dopo un’altra corsa nel parco di Sognsvann mi sento ispirata così.
E’ che in Norvegia puoi trovare bagni pubblici ad ogni angolo. Ma fin qui va bene, nulla da stupirsi se siamo in Scandinavia, dove a tutti è garantito l’accesso a tutto. La cosa più stupefacente è invece il fatto che in ogni toilette ci sia un rotolo di carta igienica nuovo, pronto da usare! Questo non me lo spiego. Vuol dire che i troll esistono davvero e che il loro ruolo nel mondo moderno è quello di mettere la carta igienica nei gabinetti sparsi nel regno di Re Harald? Oppure si tratta piuttosto di una fatina dei fiordi, che vola di toilette in toilette e avvisa chi di dovere con uno scampanellio quando c’è da sostituire un rotolo finito? Non riesco a concepire metodi umani per rifornire ogni bagno pubblico sparso nel paese.
In Italia non ho mai trovato la carta igienica nei bagni dell’Università di Torino, né in quelli delle stazioni dei treni. Nelle scuole elementari e materne sono i genitori stessi a doverla procurare per i figli comprandola mensilmente, dunque non oso immaginare come siano ridotti i bagni pubblici delle grandi città.
Posso giurarvi che qui, ogni volta che “mi è scappata”, ho sempre trovato una rassicurante toilet paper da usare per mantenere la mia igiene intima, anche nelle situazioni più ‘avventurose’, nei boschi di Oslo o nelle baite di montagna.
Riuscirò ad abituarmi, una volta tornata in Italia, ad avere sempre con me il “fazzolettino” pronto per ogni evenienza idrica? Vi terrò aggiornati.
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Correvo stasera correvo attorno a Sognsvann, il lago di Oslo, correvo e Ryan Adams ha cominciato a cantare Love is Hell, e io guardavo le nuvole rosa per il tramonto, Margriet che correva, correva più veloce di me e pensavo che oggi è il 12 maggio e il 12 giugno un aereo mi riporta in Italia con le mie valigie di sei mesi d’erasmus e finisce tutto, tutto questo modo di vivere che è un po’ come correre attorno ad un lago senza sapere di fermarsi oppure no, mangiare quando hai fame uscire per un caffè a Gronland, i pic-nic sulla spiaggia che poi sai già di tornare con l’ultimo bus ma non importa perchè poi si continua nella cucina di bjolsen, con un tè una tortilla e il cioccolato.
Ed è un po’ di giorni che ho questa sensazione: un blocco allo stomaco, di come quando sei innamorato e ti senti sul tetto del mondo ma allo stesso tempo guardi negli occhi il tuo “lui” e sai già che ci saranno lacrime da versare e poesie da leggere per consolarsi, per coccolarsi.
Dovevo scrivere di Stoccolma. Del mio viaggio in Svezia e di come la Scandinavia sia un concetto tutto da definire, perché Stoccolma è Barcellona ed è Parigi ed è Amsterdam, ma non è Oslo, questo è sicuro. E volevo scrivere che quando ero lì avrei voluto restarci ma poi sul bus, di ritorno a casa, mi è apparso l’arcipelago di Oslo, le sue isole verdi, l’orizzonte pulito e il tramonto in fiamme sulle colline e ho deciso che Stoccolma mi è piaciuta, sì, ma amo stare qui.
I fell in love, but love is hell e tra un mese sarà dura, oh se lo sarà.
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La mia prima volta senza la Festa del Libro.
Non riesco a immaginare che in questo momento il Lingotto sia pieno di scrittori, espositori, case editrici, librai e io non sono in mezzo a loro per fare il pieno di letteratura di cui ho bisogno in questo periodo dell’anno.
La Fiera compie 21 anni e io ho sempre presenziato alla sue feste di compleanno, anche – e soprattutto – quando si chiamava Salone del Libro. Ho passeggiato tra gli espositori a mano della mia mamma quando avevo poco più di 3, ci ho passato interi pomeriggi con la mia migliore amica delle scuole elementari con cui sognavo di fondare un Club del Libro nella soffitta di casa mia. Poi sono cresciuta, ho continuato a frequentare persone che amavano i libri almeno quanto me e ci ho festeggiato i miei compleanni e ci ho speso paghetta e stipendi per portare a casa libri a sufficienza per sopravvivere all’estate. Infine, di questi ultimi tempi, sono passata dall’altra parte del “bancone”: ci ho lavorato per la Città di Torino, per il Comitato Librai Indipendenti e per la casa editrice Scritturapura.
Quest’anno, semplicemente, me la perdo. Sì, posso seguirla a distanza, con le webradio e i giornali, ma, senza bisogno di dirlo, non sarà la stessa cosa. Mi mancheranno Marino Sinibaldi e le sue interviste, i segnalibri da raccogliere ad ogni tavolo, i piccoli stand da scoprire e i cataloghi da raccogliere nelle borse di stoffa delle case editrici più sofisticate. Mi mancherà il capogiro da fiera, la spossatezza a fine giornata, dopo aver incontrato centinaia di persone e confuso i volti degli scrittori con quelli dei loro personaggi letterari.
Mi mancherà immensamente la sensazione di essere immersa in un mondo in cui “il libro” è al centro di tutto: è la fonte di sostentamento di migliaia di persone, è la vita stessa per molte di loro ma è pure l’ancora di salvezza per noi lettori, quando alla fine delle nostre giornate ci rifugiamo tra le pagine di qualche storia e ci dimentichiamo di tutto, beatamente immersi una vita che non è la nostra.
Soffro, ma so come consolarmi. Stasera parto per Stoccolma e ci si rivede lunedì, my darlings!
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Sì, vi racconto di Bergen e i fiordi, ma in breve. Oppure, come dicono qui, in a nutshell. Perché ho ancora il mal di testa da nave/bus/treno e stamattina sono anche andata a lezione, ché io sono una brava ragazza-erasmus.
La ciudad. Bergen è adorabile. Ma credo che a renderla così carina abbia contato molto il fatto che per due giorni c’è stato un sole splendido mentre io continuavo a ripere come un mantra l’epiteto che accompagna il nome di questa città: Bergen – the rainest city of the world. Niente rain invece, solo qualche nuvola per le prime ore di sabato, poi cielo limpido e aria frizzantina, come da soap-opera. Tips: Al mercato del pesce non lasciatevi sedurre dal sapore esotico della carne di balena ché è una specie in via d’estinzione e non si deve dovrebbe neanche assaggiare!
Il fiordo. Detto anche: mare che si infila dappertutto nell’entroterra norvegese e produce splendidi paesaggi da ammirare senza badare troppo al gruppo di giapponesi che si sbraccia dalla riva quando si accorge di aver perso la nave. Tips: portatevi dietro una memory card di riserva che ne avrete bisogno se salite anche sulla famosa Flåmsbana.
Sono vecchia di un anno. E oltre al fatto di aver passato il giorno del mio compleanno a viaggiare sulla tratta ferroviaria più acclamata della Norvegia, c’è di bello che al mio ritorno avevo da leggere 72 messaggi di posta elettronica non letti. E’ carino quando la gente si ricorda di te e la metà delle e-mail sono in una lingua che non è la tua. Ora devo convincere tutti che la mia data di nascita su Facebook è stata modificata da un hacker/troll malefico e in realtà ho compiuto 22 anni.
E su quest’ultimo punto passo e chiudo, non osate contraddirmi.

