Vi chiederete che fine ho fatto. Perché non scrivo più.
Beh, a parte il tempo perso in vicende universitariefamiliarilavorative varie, il fatto è che sono depressa. Sono depressa perchè delle mie ultime foto scattate in queste due settimane non ce n’è una che mi faccia vibrare gli occhi quando sfoglio le cartelle nel disco fisso. Ma non è una sorpresa. Ero cosciente che non ci sarebbero state belle foto ad attendermi nella già mentre scattavo compulsivamente dentro al padiglione della Festa del Libro. Non credo alla casualità, né alla fortuna del fotografo, che in mezzo ad una miriade di foto, scattate senza idee precise, in un pomeriggio qualsiasi delle sue giornate, trova quella che gli fa vincere il pulitzer.
Io ritengo che una “bella foto” (mai aggettivo è stato più vuoto di significato in questo caso) sia più che altro una sensazione, una vampata di calore che pervade il fotografo quando realizza di aver catturato una realtà unica (perché unica ai suoi occhi) in un’immagine che contemporaneamente emozionerà il futuro spettatore. Non credo di aver ancora scattato foto di questo tipo. Foto da poster, da cartolina o da galleria per intenderci. Non sono una fotografa professionista e ho appena iniziato a scattare con una reflex. Più che altro ho molto da imparare e da capire, non solo della tecnica fotografica in quanto tale, ma di come esprimere al meglio il mio desiderio di far toccare allo spettatore ciò che sento quando guardo attraverso il mirino. Non c’è analisi e non c’è razionalità che possano aiutarmi quando osservo qualcosa che sento di dover trasformare in foto.
Doisneau diceva che il fotografo deve “combattere contro l’inquinamento dell’intelligenza per diventare un animale dagli istinti primordiali – una sorta di medium intuitivo – così che la fotografia possa diventare un atto magico e altre immagini, più suggestive, di cui il fotografo non ha nessuna responsabilità, possano apparire dietro l’immagine immediatamente visibile”.
Ma nell’era del digitale, non è la post-produzione a creare tutto questo? Non è la logica di Photoshop che ci guida a rendere l’immagine più perfetta possibile? Già così si viene meno alla teoria di Doisneau, il vero e proprio maestro della spontaneità.
Che fare dunque? Lasciar perdere i programmi di fotoritocco? Dar via alle stampe, alla pubblicazione on line senza passare dal via? No, non si può fare. Ormai questa è la strada, ed è qui che diventa acora più pregnante il momento passato in strada, macchina al collo e sguardo attento. Perché la post non potrà mai sostituire i soggetti che avete inquadrato, né l’angolautra che avete scelto per quel particolare paesaggio. No, no. Qui sta a voi, o meglio, a noi.
E proprio perché ho capito tutto questo che comincio a preoccuparmi, e dunque, in momenti di particolare sconforto, a deprimermi.
Ma senza tormento, senza tristezza, senza drammaticità… che artista sarei?
C’è sempre una prima volta.
E la mia prima volta di oggi è che sono stata in un set cinematografico. Non solo il regista mi ha permesso di stazionare nei dintorni delle riprese, ma mi ha anche attribuito un nobile compito, quello di fotografa di scena. “Solo perché così dai un senso a quella cosa che ti sei comprata” sono state le sue esatte parole, ma ormai lo conosco e nella mia testa traduco simultaneamente la sua perenne acidità nel linguaggio degli esseri umani sensibili ed educati.
Come funziona un set? Beh, non che l’abbia capito poi tanto. C’è una tizia, in questo caso la povera Heidi, che funziona da segretaria di edizione. Il suo compito in teoria è fondamentale, perché detiene la cronaca minuto per minuto di tutte le scene, ripetute e non, con i commenti del regista e degli assistenti di scena sulla qualità di audio e video. Poi c’è il tecnico del suono (lo riconoscete perché indossa enormi cuffie e tiene in mano un lungo bastone alla cui estremità c’è un microfono), c’è l’operatore alla camera, gli addetti alle luci (che vagano per il set con teli bianchio riflettori, a seconda se la scena è girata in interno o esterno), il direttore della fotografia, gli attori (multiculturali in questo caso!), e infine il regista, che è quello che corre più di tutti, e che carica su di sé tutta la responsabilità delle azioni degli altri ruoli. Mica facile.
Sarà dunque vero , quello che disse Godard a proposito della solitudine?
Ai posteri, anzi, ai registi, l’ardua sentenza.
Un interrogativo mi strugge in questi giorni di avvicinamento alla pace, di lotta alla libertà, di serate pro Africa e pro Albania. Un interrogativo che mi deforma il sorriso e mi soffoca il respiro prima di addormentarmi.
Un interrogativo lacerante quanto un urlo nella notte.
Quando, dico QUANDO ti decidi ad arrivare ???????????????????????
