Quando “ROM” vuol dire uomo.

Posted on novembre 8, 2007

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I nomadi (sinti, rom, zingari, beduini, etc), in qualsiasi parte del mondo, sono sempre stati considerati con disprezzo e sospetto dagli “stanziali” con cui condividono lo stesso territorio. Conflitti, persecuzioni e battaglie per la spartizione di terre sono spesso sorte sulla contrapposizione tra popoli nomadi, generalmente allevatori e popoli sedentari, dediti all’agricoltura e all’artigianato.

Ancora oggi i rom sono il bersaglio di un’ostilità verso gli stranieri che caratterizza le paure quotidiane della gente per tutto ciò che è diverso. Perché non vanno ad abitare nelle case popolari che il nostro comune ha concesso loro? Perché non si cercano un lavoro come tutti noi? E via dicendo.

Verso questo popolo è stata sempre utilizzata una metodologia dell’esclusione, per non renderlo parte attiva della società. Al massimo si è parlato di integrazione che significa però assimilazione, in modo che chi è integrato non possa mettere in discussione la struttura preesistente della società, ma si deve adeguare.
La metodologia dell’esclusione va sostituita con quella della mediazione culturale. Che vada contro non solo alla discriminazione ma anche contro il paternalismo caritativo, che sfocia nell’assistenzialismo puro. I campi nomadi costano allo Stato italiano e i carabinieri mantenuti davanti ai campi rom anche dove non ci sono problemi di legalità sono altri soldi che se ne vanno.

La parola Rom, usata in principio per sostituire il politically uncorrect “zingari”, si è ritorta contro le stesse intenzioni che avevano animato la sua apparizione sui media ed oggi sembra un’etichetta che indica un sicuro “delinquente”.

«È una situazione di apartheid, a livelli di Soweto in Sudafrica» afferma Carlo Berini, dell’associazione Sucar Drom di Mantova, «è diffuso il pensiero che di Rom e Sinti, “poveri e criminali”, se ne debbano occupare, come istituzioni, solo la questura e i servizi sociali. Persino tra esponenti politici che vantano una maggiore sensibilità verso le minoranze è diffusa questa concezione: “tra Rom e Sinti ci siano più delinquenti che in altre razze”».

Secondo le stime dell’Opera Nomadi Nazionale, un buon 75% di Rom e i Sinti sono italiani, presenti nel nostro Paese sin dal ‘400; il restante 25% è composto da Rom e Sinti europei di recente immigrazione, provenienti da Francia, ex Jugoslavia, Romania.

E allora? Come la mettiamo?

La parola “rom” vuol dire in realtà uomo, essere umano.
E vuol dire anche donna, vuol dire Emilia, la “rom”, appunto, che ha indicato alla polizia l’assassino di Giovanna Reggiani, con la quasi certezza di essere in futuro isolata dalla sua stessa comunità.

Non dimentichiamo anche questo. E non ripetiamo l’errore che commettemmo nei primi anni ’90, quando anche alla parola “albanesi” associammo la stessa etichetta negativa che oggi rischia di essere appiccicata ingiustamente ai rumeni e ai rom che abitano e lavorano nel nostro paese.

Lo chiedono persone come Emilia e come le ragazze rumene che frequentano l’università con me. Lo chiedono gli italiani che hanno un po’ di coscienza e che non si accontentano di soluzioni improvvise, dettate dall’impulso di risolvere un problema enorme con un atto che “spazza via” dalle nostre strade un popolo che non ci piace, così, come se fosse immondizia, come carta straccia.

 

dati statistici elaborati da un articolo apparso sul Mensile "Dimensioni Nuove", aprile 2007.
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