Photography blues

Posted on novembre 27, 2007

4


Vi chiederete che fine ho fatto. Perché non scrivo più.

Beh, a parte il tempo perso in vicende universitariefamiliarilavorative varie, il fatto è che sono depressa. Sono depressa perchè delle mie ultime foto scattate in queste due settimane non ce n’è una che mi faccia vibrare gli occhi quando sfoglio le cartelle nel disco fisso. Ma non è una sorpresa. Ero cosciente che non ci sarebbero state belle foto ad attendermi nella già mentre scattavo compulsivamente dentro al padiglione della Festa del Libro. Non credo alla casualità, né alla fortuna del fotografo, che in mezzo ad una miriade di foto, scattate senza idee precise, in un pomeriggio qualsiasi delle sue giornate, trova quella che gli fa vincere il pulitzer.
Io ritengo che una “bella foto” (mai aggettivo è stato più vuoto di significato in questo caso) sia più che altro una sensazione, una vampata di calore che pervade il fotografo quando realizza di aver catturato una realtà unica (perché unica ai suoi occhi) in un’immagine che contemporaneamente emozionerà il futuro spettatore. Non credo di aver ancora scattato foto di questo tipo. Foto da poster, da cartolina o da galleria per intenderci. Non sono una fotografa professionista e ho appena iniziato a scattare con una reflex. Più che altro ho molto da imparare e da capire, non solo della tecnica fotografica in quanto tale, ma di come esprimere al meglio il mio desiderio di far toccare allo spettatore ciò che sento quando guardo attraverso il mirino. Non c’è analisi e non c’è razionalità che possano aiutarmi quando osservo qualcosa che sento di dover trasformare in foto.

Doisneau diceva che il fotografo deve “combattere contro l’inquinamento dell’intelligenza per diventare un animale dagli istinti primordiali – una sorta di medium intuitivo – così che la fotografia possa diventare un atto magico e altre immagini, più suggestive, di cui il fotografo non ha nessuna responsabilità, possano apparire dietro l’immagine immediatamente visibile”.

Ma nell’era del digitale, non è la post-produzione a creare tutto questo? Non è la logica di Photoshop che ci guida a rendere l’immagine più perfetta possibile? Già così si viene meno alla teoria di Doisneau, il vero e proprio maestro della spontaneità.
Che fare dunque? Lasciar perdere i programmi di fotoritocco? Dar via alle stampe, alla pubblicazione on line senza passare dal via? No, non si può fare. Ormai questa è la strada, ed è qui che diventa acora più pregnante il momento passato in strada, macchina al collo e sguardo attento. Perché la post non potrà mai sostituire i soggetti che avete inquadrato, né l’angolautra che avete scelto per quel particolare paesaggio. No, no. Qui sta a voi, o meglio, a noi.
E proprio perché ho capito tutto questo che comincio a preoccuparmi, e dunque, in momenti di particolare sconforto, a deprimermi.

Ma senza tormento, senza tristezza, senza drammaticità… che artista sarei?🙂

Messo il tag: ,
Posted in: journal intime